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IL SOCIALISMO PRIVATO DEL SUBCOMANDANTE -Interista Leninista-
19 luglio 2008
LA STAGIONE DEI CONGRESSI

Comunisti italiani, poi Rifondazione...poi le varie associazioni,anime della sinistra...è la stagione dei congressi. Mi permetto qui di teorizzare, banalmente, su poche linee di discussione che andrebbero affrontate: l’etica, la morale, l’equità, lo sviluppo. Parole piccole ma che contengono universi dentro.

Parole che con qualsiasi soggetto di sinistra, ovunque, assumono un significato particolare e spesso sono la vera causa scatenante dei cortocircuiti. Perché nella prasseologia della politica, tra alleanze ed elezioni, poi viene il momento dell’esercizio del potere. Ed ecco il punto: nell’attuali forme di organizzazione del potere, martellati da questo capitalismo cannibale, è molto difficile avere in tasca le ricette giuste per governare secondo equita’. Teoricamente, andare al governo, specialmente per chi ha una determinata “storia” alle spalle, dovrebbe significare chiedersi cosa si può fare per dare una risposta veramente riformatrice al rapporto tra giustizia e sviluppo. Questo rapporto, che “a sinistra” è apparso sempre lineare e direttamente proporzionale, ora è diventato problematico. Anzi è il vero problema. La giustizia da sola non garantisce lo sviluppo, mentre lo sviluppo senza giustizia c’è, eccome. E allora? A quanto pare vedere il fondo non produce i risultati sperati, anzi.

Allora, restando nell’ambito dell’esercizio del potere, non si tratta di scoprire ricette miracolose per tornare a governare, e poi farlo realmente. Nessuna alchimia. Prima di riprendere la solita “prassi” (esempio: un partito “nuovo”, necessario…composto dalle stesse persone di sempre…) di lanciarsi in programmi ambiziosi di governo (è un eufemismo), occorrerebbe l’unica vera rivoluzione plausibile: delineare un atteggiamento etico e culturale sulla base del quale la prassi verrà da se.
"
Y asi pasan los dias y yo desesperando y tu, tu contestando qui-zàs qui-zàs qui-zàs..."




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17 giugno 2008
LA BASTIGLIA ROVESCIATA
Anche dopo aver vinto le elezioni, il Governo e la maggioranza, appoggiati da voci esterne continue, non riescono a smettere quella cantilena, l’unica, che hanno ripetuto nel corso dell’ultimo anno. Quel motivetto sulla «sicurezza» e contro il «degrado» che è entrato nella testa degli italiani. L'abbiamo già detto molte volte che cosi' si sovrappongono e confondono, deliberatamente, aspetti differenti che hanno altre origini. Si confonde la "sicurezza" con l'ordine pubblico; l'insicurezza sociale con lo sviluppo inumano e degradato delle periferie. Il cuore del problema, neanche a dirlo, è economico. Lo sviluppo delle relazioni sociali è diventato una subordinata delle relazioni economiche. Questo nodo centrale viene coperto dal depistaggio mediatico in corso.
Le grandi  città si allargano inglobando intere baraccopoli, eppure si scandalizzano per qualche centinaio di capanne di lamiera in cui vivono dei poveracci. Le metropoli che si volevano accoglienti e comprensive nell'immaginario, sono state convinte di essere in mano al crimine, quando qualsiasi indicatore afferma il contrario, se non nei numeri fisiologici.
tuto ciò è la conseguenza della privatizzazione di ogni spazio pubblico: quando qualsiasi esperienza, che sia reale o vissuta attraverso i media, si elabora nella propria solitudine (due anziani davanti al televisore nella loro cucina) invece che in spazi condivisi di discussione ed elaborazione collettiva, nell' afasia dei tempi casalinghi piuttosto che nel vitale caos delle piazze, ma anche nell'agorà dei bar...è normale che ci si senta in guerra contro tutti. E quei tutti alla fine, sono sempre i più disperati, chi sta peggio. E' un ribaltamento copernichiano della "reazione".
E' la Bastiglia rovesciata.
E l'intellighienza progressista che fa? Durante la sciagurata campagna elettorale passata e permanente, come sistema impone, se Veltroni (e Rutelli nella Capitale) avessero pensato di disinnescare questa bomba ad orologeria alleviando la tensione invece di invocare «decreti sicurezza»  palesemente razzisti, forse si potrebbe provare a parlare ancora di  città solidali, di tenere aperto il dibattito almeno e non di considerare la "cosa" acquisita. Una volta l’antifascismo era la soglia minima di civiltà. Questa barriera è stata oltrepassata da un’emergenza costruita a tavolino e montata dai media. Il paese è preda della micro-criminalità, dei rom e di abusivi prepotenti? Magari! Se fosse questo il pericolo per le libertà e i diritti,  avremmo risolto già la montagna di problemi reali che abbiamo da scalare.



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2 maggio 2008
ANNO ZERO
L'Umore
Com'è l'umore generale, ve lo siete chiesti? Forzisti e leghisti festeggiano con sobrietà e nemmeno fraternamente. Il voto, i suoi risultati strabilianti hanno sorpreso anche loro. Gli unici in brodo di giuggiole sono i "Neri per caso", pronti a tornare a folleggiare nell'etere come il diabolico La Russa di turno.
Fra gli sconfitti la costernazione è profonda, il lutto totale, hanno dato le dimissioni da tutto, idee e posti di comando, non pensano alla rivincita, vogliono dimettersi, rinunciare. Tutti vorrebbero voltare le spalle alle speranze e alle illusioni, a questa Italia incomprensibile. 
Ma non è il risultato delle urne a spiazzare, imprevedibile relativamente. Daltronde "siamo" abituati a perdere. La Storia della sinistra comunista  nostrana è basata su di un incidenza reale nel sociale, civile, nell'opera dal "basso". Il potere "reale" è sempre stato ostile. "Figli di un Dio minore" come ebbe a dire "l'ultimo socialista" del nuovo Parlamento insediato, D'Alema.
Le nostre amate e litigiose tribù sparse sono divise e confuse più che mai.  E anche noi, sopravvissuti alle elezioni, non abbiamo capito bene chi siamo.
Sappiamo di essere gli eterni sconfitti, ma cos'è questa Italia vincente? Quali sono i valori in cui crede, i suoi ideali, le sue utopie? Nessuno lo sa, nessuno lo capisce. Dell'Italia di cui si è sempre parlato, resta solo il falso storico. Ma oggi?  A volte non riusciamo proprio a spiegarcelo: proprio non capite per che cosa avete votato? Non lo sapete che il voto nelle province meridionali è stato un voto chiaramente segnato dalla mafia? Non lo sanno che i nuovi leader meridionali, molti dei nuovi eletti, sono amici dei pezzi da novanta? E' dunque la mafia che piace agli elettori?
E il volto in massa dato dai lavoratori agli amici, se non direttamente ai "padroni"? 
Gli operai hanno rifiutato di votare (come non capirli?)  oppure hanno votato per i peggiori tra i loro sfruttatori (come non compatirli?). E ALLORA?
Il  Sol dell'avvenire non si leva più, l'utopia dell'egualitarismo cancellata e i sogni concessi sono quelli sognati fdagli altri, per cui, la cosa che conta, che tutti desiderano qual è? Lo ha detto Bocca: i soldi. Pochi, maledetti e subito, come si dice, e il nuovo leader glieli ha promessi, e anche il lumbard Bossi li ha promessi con la sua Malpensa targata Carroccio, con la sua Expo 2015, con la sua Lombardia del federalismo fiscale, locale, regionale, che nessuno capisce cos'è. Le tasse che versano gli abitanti di una regione restano sotto il controllo di quella regione. E chi pensa alla nazione, alla sua unità, all'Italia una e indivisibile? Si vedrà, ma intanto chi ha i soldi se li goda, gli altri si aggiustino.
Questa sembra l'unica morale accettata, l'unica morale corrente. 

E allora?
Vendola, il Messia dell'ennesima "Rifondazione", ha parlato del Crollo del 900
Non c’è di che rallegrarsi. Il Novecento fu un secolo tremendo di violenza e di guerra, ma aveva per lo meno un orizzonte al quale guardare, una speranza da coltivare. Oggi non vi è più nessun orizzonte, solo paura dell’altro e disprezzo di sé.
Questo è l’argomento del quale dobbiamo occuparci, non del risultato delle elezioni. La scomparsa della sinistra e la vittoria definitiva dei razzisti e della mafia è un fatto prevedibile e previsto. La sinistra ha preparato accuratamente questo rovescio. Timorosa di ripetere l’errore del 1998 ha accettato tutto quello che la Confindustria e la Banca Europea hanno imposto, e il risultato è quello che ora vediamo.
Come se due errori di segno contrario potessero mai fare una cosa giusta.
Come già detto, i lavoratori hanno rifiutato di votare oppure hanno votato per i peggiori tra i loro sfruttatori. Harakiri perfetto. Ma occuparci delle elezioni passate o di quelle future sarebbe pura perdita di tempo. La democrazia rappresentativa da tempo non ha più niente da dare. Ora ha chiuso ufficialmente i battenti. 
"Arriva il Mostro e tutti applaudono" (Linea 77) E allora? Si tratta di curare la malattia, se ne siamo capaci, non di restaurare vecchi apparati. Verrà anche il momentodi preoccuparsi di quello, ma non ora.  Dobbiamo occuparci della malattia psichica che si manifesta in Italia con l’emergere di un esercito maggioritario di zombie assetati di sangue.
La sinistra ufficiale, che avrebbe dovuto essere strumento di mediazione, nella versione socialdemocratica ha venduto le conquiste operaie in cambio di potere economico per le burocrazie. Nella sua attuale versione "democratica" americanizzata (yes,we care) s'è illusa di poter condividere il potere con gli aguzzini. Non si accorgono che l’America dei loro sogni sta sprofondando, sconfitta dalla resistenza regressiva dei popoli islamici, e pressata da una recessione senza vie d’uscita, una recessione che annuncia conflitti civili planetari.
Ora la società non ha più difese. La sinistra, "noi",  non abbiamo bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica in questa fase. Verra anche quel tempo, ma ora non servirebbe.
 Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi.
Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo. La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente,
diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza.
E' un lavoro apparentemente infinito e impossibile. Ma necessario ugualmente.
Dobbiamo ripartire dal "noi", abbattere L'-Io- imperante. Recuperare lo stare insieme.
Il -fare poliitca-. Lavorare "con" il popolo, non "per" il popolo.
Dobbiamo sognare noi, non aspettare quelli altrui.
La sinistra siamo noi, non ci sono Messia dietro l'angolo.



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15 aprile 2008
RISERVA INDIANA
Dovremmo guardarci tra noi con un pizzico di ammirazione e al contempo di preoccupazione.
Dovrebbe intervenire l'ONU, l'UNESCO, la FAO, il WWF...
I bambini ci guarderanno con occhi colmi di stupore e meraviglia, i loro genitori con quell'aria sorniona di chi la sa lunga. Ma dai bambini bisogna ripartire.
Ricominciamo dai bambini.
In fondo siamo da considerare come una specie protetta.






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9 aprile 2008
LA SINISTRA DANDINIANA e IL RUBACUORI
Com'è difficile essere coerenti. Com'è difficile valutare bene il peso delle proprie parole e delle azioni connesse. Pensiamo ad esempio a quello che succede a Roma, tra le fila della potentissima Lobby Dandiniana, vera deux ex machina assieme al feroce e bonario Goffredo Bettini della macchina da guerra elettoral\amministrativa del Walter ormai nazionale. L'apparato salottiero, nella stragrande maggioranza dei suoi aderenti, è impegnato nel sostegno a Rutelli per il ritorno in Campidoglio. Bene, tra le tante iniziative di questo periodo, segnalo un concerto in cui si esibiranno Alex Britti, Velvet e, dulcis in fundo, Tiromancino.

Parliamo allora dei Tiromancino. Il buon Zampaglione ha fatto parlare le cronache nazional\popolari sanremesi e non per il suo brano, Il Rubacuori, che parlava della tragedia dei licenziamenti e della figura del manager tagliatore di teste. Un pezzo "di parte", nel senso buono del termine. Non posso dubitare della buona fede dell'artista. Su un tema simile credo che il coinvolgimento sia umano, laddove c'è ancora dell'umano. Ha scritto quel pezzo perchè sentiva su di se il peso di quelle esistenze lacerate E' il compito dell'artista, in un certo senso, no?
Veniamo al punto: Zampaglione si esibirà, come dicevo, a sostegno di Rutelli.

Rutelli è amico e sponsor di Alberto Tripi, campione nostrano di macelleria sociale.

Alberto Tripi, re dei Call Center, padrone della finanziaria Almaviva e della COS, che possiede , tra l'altro, Atesia, è un capitalista all’italiana. Liberista a chiacchiere, dipende dalle commesse pubbliche statali e regionali e da quelle para-pubbliche della Telecom, ma gestisce le sue aziende come un “padrone delle ferriere” ottocentesco, con condizioni di lavoro inumane, salari di fame, mobbing permanente, spietati licenziamenti di chi protesta. Ha cacciato 36 lavoratrici di XCOS perché avevano organizzato un Cobas. Ai giovani del Collettivo precari Atesia, che coraggiosamente scioperavano con l’80-90% di adesioni per un posto di lavoro stabile e salari decenti, ha risposto con la "repressione più brutale" (traduzione:licenziamenti) e con un ignobile contratto, sciaguratamente sottoscritto da Cgil-Cisl-Uil. Nel contempo, durante il Governo amico(suo) batteva cassa al Ministero del Lavoro: perché Tripi era sponsor della Margherita, ora convogliato sul PD e grande sostenitore di Rutelli, e questi ricambiava con commesse milionarie. Il resto viene da se. Conclusione?

Rutelli sponsorizza Tripi che "ruba i cuori" a centinaia di famiglie, caro Zampaglione.
Il resto viene da se...




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19 marzo 2008
UMANITA' E BARBARIE (Reprise)

Anniversari "irakeni". E da li il colpo d'occhio sul sangue intorno, vorticoso, ai quattro angoli del pianeta. Ora, senza cadere nella retorica, la domanda banale che mi pongo è questa: che senso hanno queste guerre che nessuno vincerà mai?
Continuare a dibattere, com'è accaduto negli ultimi anni, sulla questione del rifinanziamento della missione in Afghanistan, non può essere finalizzato solamente con una decisione parlamentare condizionata dai ricatti politici, né ridursi al problema di ritirare le truppe (considerato ovvio come punto), chiudendo gli occhi davanti alla catastrofe umanitaria e sociale che questi conflitti stanno provocato.
Credo invece che bisognerebbe porsi seriamente il problema di comprendere la natura dei conflitti iniziati più o meno ufficialmente dopo l’11 settembre del 2001 e di indicarne una via d’uscita.
In questi conflitti, la guerra afgana come in quella irachena, è contenuto un paradigma di devastazione originale rispetto alla storia delle guerre moderne, così come ce le hanno insegnate.
Le guerre moderne erano decise, provocate e condotte da stati nazionali o da coalizioni di stati che si proponevano di vincere per imporre un nuovo ordine, di espandere il loro territorio e così via. Ora non è più così. Quando George W. Bush dichiarò che la guerra aveva carattere preventivo e infinito, intendeva che questa guerra non è combattuta per vincere ma per rendere possibile una devastazione e, conseguentemente, un gioco sporco d’affari illimitato nel tempo.

L’agghiacciante novità è che quindi questi conflitti non hanno come finalità la vittoria di uno Stato e la sconfitta di un altro, ma la devastazione progressiva di intere zone del pianeta.
Difatti, in parallelo agli stati, ci sono agenzie che dirigono effettivamente queste guerre, “corporation” private il cui scopo non è la vittoria politica né l’espansione territoriale, ma l’estorsione di immensi profitti in cambio della fornitura di servizi militari (a quanto pare scadenti) e servizi civili di ricostruzione di ciò che viene incessantemente distrutto.
Gli stati tradizionali hanno ratificato tutto ciò (gli stati nazionali, le coalizioni e gli organismi internazionali), ma il vero soggetto dell’azione aggressiva sono gruppi privati,come decine di documentari e reportage ci hanno svelato. Nomi come Halliburton Exxon, Parson, Bechtel; gruppi che non hanno alcun interesse alla vittoria militare e politica dell’Occidente, ma solo la finalità di sfruttare le risorse dei paesi aggrediti e le commesse multimiliardarie pagate dai contribuenti degli stati occidentali.

Pare evidente che questi soggetti considerino sopportabile il fatto che decine di migliaia di soldati americani e britannici tornino a casa mutilati e distrutti, se decine di migliaia di civili irakeni e afgani muoiano sotto le bombe, e neppure gli importa che l’Occidente perda l’egemonia strategica in Medio Oriente, e che il terrorismo integralista moltiplichi le sue forze. Quel che importa a questi miopi funzionari, e qui sto usando un eufemismo, è il “mantenimento della rotta”, aumentare i profitti anche se per ridurre i costi indeboliscono lo stesso fronte militare.
Il risultato è la più straordinaria disfatta strategica dell’Occidente, il potenziamento del terrorismo integralista, la proliferazione dell’armamento nucleare, e perfino il declino strategico del capitalismo americano.
Il consenso politico e la crescita economica o nazionale mondiale si fondano ormai sul terrore. Ci troviamo ormai di fronte ad un capitalismo cannibale e psicopatico la cui unica finalità è appropriarsi delle residue risorse del pianeta escludendone la maggioranza dell’umanità.
Il risultato, per ora, è la distruzione dell’eredità dell’universalismo illuminista borghese, le garanzie civili e politiche di cui l’Occidente è stato a lungo l’alfiere, ma anche aver corroso le basi dell’egemonia politica degli USA aprendo la strada al fascismo integralista islamico e, non secondario aspetto, visto che ci avviamo a detta di tutti verso il “secolo cinese”, al totalitarismo schiavista di Pechino, due potenze emergenti che negano alla radice il patrimonio sociale e politico del progresso della libertà e della solidarietà.
L’eredità che avrebbe dovuto discendere dall’Umanesimo, dall’Illuminismo e dal socialismo, sembra essere ormai abbandonata anche dall’occidente democratico.
L’occidente, Europa in prima battuta, non può limitarsi a difendere quel che resta di quel patrimonio e di quell’eredità. Occorrerebbe un enorme operazione culturale, politica, sociale, di portata storica, per ripensare il significato e la prospettiva dell’universalismo, saltando la questione fuorviante della “globalizzazione”; tutto ciò per sgretolare l’alleanza paradossale di ultraliberismo integralismo e schiavismo che stiamo vedendo crescere sotto i nostri occhi.

Una volta, e forse per il subcomandante è ancora così, l’alternativa sarebbe stata:
socialismo o barbarie.
Oggi è tra umanità o barbarie.





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18 ottobre 2007
LE “ELEZIONI”. Venghino signori, qui si vota!
 Oramai solo le merendine e i telefoni sono più reclamizzati delle elezioni alle nostre latitudini.

Eppure, sempre più spesso, pochi mesi dopo una votazione, si avverte sempre il medesimo sentimento di frustrazione e impotenza per quello che puntualmente si verifica nella società, cioè l’effetto “Gattopardo” del cambiare tutto per non cambiare niente, e quindi si anticipano le elezioni seguenti come fossero aspirine: per un po’ tolgono i sintomi. Si sceglie, quasi sempre per le stesse persone come si fosse ipnotizzati da un mantra e, naturalmente, non accade nulla di quello che si desidera; nel segreto dell’urna si sa di votare per qualcuno che sta dicendo bugie “calcolate”, che la società continuerà a prendere la direzione voluta dalla “razza padrona”, cioè i politici ed i signori del denaro. Le elezioni sanno essere comunque intense perché sono confezionate come un spot, sono state subliminate. Ma è apparenza. Un inganno. Le elezioni, intese come sistema che serve ad esprimere efficacemente la volontà di un popolo e a prendere collettivamente le decisioni importanti, restano un aspirazione ovunque. Una necessità o il male minore, se qualcuno preferisce. Ma vanno prese sul serio elezioni in cui la quantità di denaro che il partito, organizzazione o candidato hanno a disposizione per la oro campagna è un elemento determinante?

In molte parti del mondo ci sono situazioni aberranti su cui si tace, considerate in ogni caso “democratiche” perché si vota. Ma la democrazia e le elezioni ancora non sono che un progetto.

Ora è in gran voga la parola “antipolitica”. Così come il dissentire pubblicamente è, quando non un “attizzare il fuoco mai spento del terrorismo”, populista, massimalista e via dicendo. La risposta concreta all’antipolitica è…”votare”.

Recentemente Noam Chomsky ha dichiarato: "L'attività politica dei partiti ora consiste nel produrre candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico che emarginano la popolazione."

E quindi, la popolazione dev’essere tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici; dev’essere spettatrice e non partecipe. Le persone sono escluse dalla formazione delle posizioni politiche dei candidati. Per questo le elezioni sono strutturate fin nei minimi dettagli, con una forbice d’errore tale da non consentire sorprese d’alcunchè. Sorprese non sul risultato, ma sulle variabili.

Perciò si sceglie, ma l’atto più politico possibile sarebbe quello di fare come quei tifosi del Napoli che negli anni 80’ scrivevano il nome di Maradona sulla scheda…

Sei solo un elettore "che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà" come cantava Giorgio Gaber.

Domanda impossibile: in Italia c’è più democrazia o più ricchezza?




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9 ottobre 2007
SUL WELFARE, VOTO "NO". (In appoggio alla rete 28 Aprile.)
Basterebbero le ragioni addotte da epifani per il "si" ad indurre ad un "No" convinto. Cioè che "questo è meglio che niente"...  Allora i sindacati cosa ci stanno a fare, detto in soldoni?
Se davanti al ricatto della Confindustria (che gongola all'idea dell'approvazione del protocollo), i Sindacati uniti, assieme ai lavoratori e a parti consistenti dell'elettorato di sinistra e relativi "partitini", non si riesce a fare blocco comune, forza d'opposizione, che senso ha parlare ancora ? Il Governo "Amico" ha il terrore d'essere impallinato dagli editoriali di Ichino, di Panebianco, di Battista; dalla forza d'urto dei vari salotti televisivi e quindi, come difesa, continua a cedere su tutta la linea Montezemolo,(Maginot al contrario!)per restarenell'atrio della Razza Padrona. E il prezzo da pagare, come al solito è salatissimo. Ma a pagarlo chi sarà?
Indovinate...

E sul Referendum:




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18 luglio 2007
REVISIONISMO DEMOCRATICO
E’ difficile cancellare il peso che ha avuto il Pci nella storia italiana. Molti uomini politici e intellettuali hanno provato a farlo,  reinterpretando la storia e alcune vicende secondo la vulgata corrente.
La tesi comune è semplice: prendiamo l'elezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, fatto forse non analizzato al tempo come si sarebbe dovuto, anche per le conseguenze sulla "Kultur" interna contemporanea. Napolitano, in sintesi,  è uno sconfitto ed è l’emblema di una storia - la storia del Pci - che è tutta una storia di sconfitte; il suo arrivo al Colle ha concluso formalmente questa storia e messo una pietra sopra al cosiddetto fattore “K” e contemporaneamente sopra al Pci e a quel che è stato.
Questa tesi, bipartisan, propugnata da Ferrara a Cacciari, passando per il SuperWalter "mai stato comunista",  
è la forma più moderna di revisionismo. Nel senso politico profondo di questo termine. Revisionismo che opera la “cancellazione” di un pezzo fondamentale della storia recente, per modificare i punti di riferimento, i principi, i valori, gli “automatismi politici” della storia futura. Il revisionismo serve a questo: a rovesciare il senso comune per cambiare i rapporti di forza nella società. 

Ma il peso che ha avuto il Pci nella storia della democrazia italiana è enorme, e non è un bagaglio di insuccessi. Il Pci è tra i principali artefici - e in alcuni casi l’artefice numero uno - della Costituzione italiana, della sconfitta di alcuni fenomeni autoritari e tentavi golpisti, del varo di grandi riforme come lo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, la scuola gratuita, la riforma psichiatrica, la fine della discriminazione delle donne nel diritto di famiglia, la scala mobile, il diritto alla casa. Indubbiamente gravissime colpe hanno macchiato il partito, come l'inascoltato Pasolini tentò di dire più volte, da eretico che però amava il Partito, sentendosi tradito ed inascoltato proprio per questo,  Ma la forza del Pci è stata innegabile. E quella forza  non è venuta da Mosca, se non in parte, ma dalla robustezza delle sue battaglie e delle sue vittorie. Che hanno condizionato in modo profondissimo la nascita e la crescita della democrazia italiana, accentuando i suoi aspetti sociali - di garanzie e di diritti collettivi - che raggiunsero il punto più alto tra gli anni sessanta e settanta, e che poi, sono andate ridimensionate in questi orrendi decenni successivi. 

L’urgenza di cancellare la storia del Pci, le operazioni alla "Pansa", coincidono con l’urgenza di tagliare le radici della sinistra. Di portare al centro della battaglia politica una sinistra “vergine”, non malata di “dirittismo”, o di classismo - nel senso della difesa delle classi più deboli - e pronta ad assumere un ruolo di guida politica subalterno ai grandi interessi delle potenze economiche. 

E’ chiaro quindi, venendo "a noi", che per far nascere il Partito Democratico, così come è immaginato dai settori più interessati della borghesia italiana, occorre uccidere quel che resta dell’ex Pci, del suo immaginario, della sua cultura politica. Questo spiega tanto zelo. 

Ma è una operazione impossibile.




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31 maggio 2007
SU KILOMBO E CIO' CHE GIRA INTORNO. PARLIAMONE.

Breve premessa personale.

Il Subcomandante entra nella bagarre pur non avendone i titoli. (Perdonate il vezzo perdurante della terza persona, ma egli resta fedele all’icona virtuale che solletica il suo ego inquieto.) Egli ha aderito fin da principio all’aggregatore chiamato Kilombo; ha partecipato a tutte le votazioni, meta\posta con media regolarità quando ha qualcosa da dire che reputa interessante, senza così intasare l’homepage inutilmente. Stop. Il subcomandante non ha mai partecipato a forum, discussioni interne sulla gestione. Il suo apporto, da questo punto di vista, è stato assai carente e ne chiede venia. Ma tra gli innumerevoli “eventi” che regolarmente perturbano la sua esistenza, mettere ordine sarebbe di per se una fatica che richiederebbe l’impegno del miglior Alfieri. Detto ciò egli non può esimersi dal dire la sua su alcuni submovimenti che da un po’ di tempo recano fibrillazione alla piattaforma. Quindi…

Su Kilombo

Premettendo che… -c’è solo da ringraziare chi volontariamente dedica il suo tempo a svolgere mansioni che alla fine risulteranno utili a una comunità, per quanto piccola sia: E che poi il risultato possa piacere o meno è un altro discorso che non cambia quanto premesso.

-Che se ci saranno votazioni o altre formalità di sostanza da sbrigare in base alla “Carta” volontariamente sottoscritta sarà fatto.

- Che se ci sono delle regole che nessuno ha imposto, e nell’autogestione è importante mantenere un minimo d’ordine, e queste non piacciono si può proporre di cambiarle.
- Che visto che ci si ritiene (quasi) tutti di sinistra , ciò presuppone che la parola etica abbia ancora un valore e che questo si misuri dai fatti, ma anche dalle parole. Le quali sono anche sostanza quando sono reiterate e non solo astrattezza.

Il Subcomandante consiglierebbe una pausa tecnica di discussione e riflessione.

Soprassedere momentaneamente su votazioni, espulsioni e faide personali e politiche (è la stessa cosa) e aprire una discussione seria, collettiva, tra gli aderenti, su questioni di fondo irrisolte a quanto pare. Non si tratta qui di modificare questo o quel comma, ma di evitare una deriva “democratica” (perdonerete l’umorismo) dell’aggregatore, cioè non supportare e far crescere un idea che cerca un contenitore, ma il contrario. Un contenitore che cerca un idea. La questione capirete è sostanziale non di forma. Non come dovrebbe essere Kilombo ma cosa vorrebbe diventare. Partiamo da quest’ultimo punto. Il Subcom ripete spesso, tra il faceto e non, che il comunismo è I Soviet più Internet. Questo per sottolineare quanto il mezzo sia uno strumento formidabile di diffusione di “cultura” in senso lato. Un mezzo ancora dalle enormi potenzialità. Kilombo, nella sua crescita, dovrebbe poter diventare uno strumento di questo passaggio culturale all’interno della sinistra. Un laboratorio e, usando un termine che non piacerà ai più, ma chiaro, una lobby virtuale(rigorosamente no profit!). Uno spazio aperto, questo si, non settario ne riserva indiana, ma con una connotazione chiara che eviti il solito riprodurre dal basso i riflessi sbiaditi delle pratiche della politica “alta” della nostra asfittica sinistra ufficiale.

Per arrivare a questo ci sono dei passaggi inevitabili e il primo è rispondere a delle domande. Ognuno per se ma collettivamente. Ovvero, semplicemente: cosa intendiamo per sinistra? Il resto viene da se. Non si tratta qua di tornare a dogmatismi a forme moderne di centralismo democratico occultato anche nel virtuale, ma di fare chiarezza.

Esempio banalissimo: una piattaforma orientata al “laicismo”, non significa che non debba dibattere aprendo il suo spazio alle ragioni della controparte, ma come “ospiti” –sempre per esempio-. Avere come riferimenti Gramsci o Giovanni Paolo II fa ancora qualche differenza…Questo non significa, come già detto, che ci si debba ghettizzare, “suonarla e cantarla” tra i soliti. Al contrario. E’ proprio perché già all’interno di quella che buona parte degli aderenti considera “sinistra”  le idee risultano confuse, farraginose.
Per generare opinione bisogna averne almeno una.

Quello che gira intorno.

Partecipare alla vita politica, ad ogni livello, ha una sua dimensione necessaria, che può essere appassionante ma che può anche degenerare e far desistere e relegare tutto alla sfera del privato. Per il Subcomandante le due fasi coincidono sempre, ovvero, vale il vecchio assunto: “Il personale è politico.” Allora si torna sempre al punto di partenza: quelli di Kilombo che idea hanno di ciò che gira intorno?

Siamo in una fase storica in cui si torna a discutere di cose che, almeno nell’occidente in cui tanti rivendicano le radici orgogliose, dimenticando quello che comporta culturalmente, sono date per acquisite. Si ha invece sempre più l’impressione di tornare ad un medioevo  accessoriato di televisioni. Il dibattito pubblico è occupato da temi “assoluti” e proprio in quanto tali, quindi, “relativi” come non mai. Come si può affrontare le vere sfide della modernità come l’ecologia, lo sviluppo, il ritorno della “guerra” come pratica politica, se si perde tempo a discutere di “famiglia, laicità, sicurezza”??? Il Subcom non vuole sottovalutare queste tematiche. La sicurezza, ad esempio: occorre fermezza con chi delinque. A cominciare da chi ci rappresenta nelle istituzioni. Ma fermezza non significa libero arbitrio in chi detiene l’esercizio della forza. La cultura del terrore, la paura della diversità che questo chiacchiericcio continuo genera, è sempre stata nemica di ogni rinnovamento perché innovare è prima di tutto pensare la diversità e renderla reale.

Per una sinistra moderna questi temi dovrebbero essere ampliamente “secolarizzati” e invece non è così. Torniamo a chiedercelo allora: Guerra, diritti civili, immigrazione, Chiesa: la sinistra da che parte sta? E Kilombo?

 

Parliamone, eventualmente ci si conterà. Se occorre. Poi si deciderà. Questa è sostanza. Il resto è gioco convenzionale.

 

 

 




permalink | inviato da il 31/5/2007 alle 15:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (34) | Versione per la stampa
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